Julia Sánchez
Mi chiamo Julia e sono Responsabile Marketing di Teamtailor per la Spagna e l'America Latina. Sono felicissima di poter condividere contenuti e ampliare le mie conoscenze in materia di HR. Adoro la psicologia e la filosofia, soprattutto se applicate a temi di HR!
Molte aziende si definiscono “internazionali”. Ma quante lo sono davvero, nella pratica quotidiana?
Una cultura internazionale non si misura dal numero di nazionalità presenti in azienda, né da una policy scritta in inglese. Si costruisce — o si tradisce — ogni giorno, nei processi, nelle decisioni e nelle conversazioni.
Durante il webinar “Come costruire una cultura internazionale che attrae e fidelizza i talenti”, abbiamo approfondito cosa significa davvero creare un ambiente di lavoro internazionale e inclusivo, partendo da un punto chiave: la partecipazione reale delle persone.
Avere collaboratori di nazionalità diverse non è sufficiente.
Una cultura internazionale esiste solo quando tutte le persone hanno accesso alle informazioni, alla parola e alle decisioni, indipendentemente da lingua, ruolo o background.
La vera domanda da porsi è:
Chi partecipa davvero alle decisioni in azienda?
Se solo pochi parlano e decidono, siamo di fronte a una cultura gerarchica con un’etichetta “international”, non a una cultura inclusiva.
Inclusione non vuol dire solo essere gentili o rispettosi. Quello è il minimo indispensabile per lavorare insieme.
L’inclusione vera è più scomoda: implica ridistribuire spazio, voce e influenza.
Quando più persone partecipano:
Il silenzio, al contrario, è un segnale da interpretare. Può indicare mancanza di fiducia, paura di esporsi o barriere linguistiche. Ignorarlo significa perdere valore.
La cultura aziendale smette di essere teoria e diventa concreta già nel recruiting.
L’annuncio di lavoro, il linguaggio usato, la struttura del processo di selezione e il primo colloquio sono veri e propri touchpoint culturali.
Alcune domande chiave:
Un processo di selezione inclusivo comunica fin da subito se l’azienda è coerente con ciò che dichiara.
In molti contesti internazionali l’inglese è la lingua di lavoro. Ma questo non significa che debba essere perfetto.
La lingua è uno strumento, non un fine.
Spesso attribuiamo più autorevolezza a chi parla in modo fluente, confondendo la forma con il contenuto. È un bias naturale, ma non per questo inevitabile.
Le aziende che vogliono attrarre talenti internazionali devono imparare a:
Un altro rischio comune è confondere inclusione con uniformità.
Standardizzare tutti i processi senza tenere conto delle persone e dei contesti può creare più esclusione che inclusione.
Una cultura internazionale richiede:
Non esiste un unico modo “giusto” di partecipare, comunicare o contribuire.
Il primo passo non è scrivere una nuova policy né organizzare subito un corso di inglese.
Il punto di partenza è l’osservazione consapevole.
Guardare cosa succede davvero in azienda:
Solo partendo da questa consapevolezza è possibile costruire processi coerenti, inclusivi e credibili.
La cultura aziendale non è ciò che si promette in una job description.
È ciò che le persone sperimentano dal primo contatto fino all’ultimo giorno in azienda — onboarding, quotidianità, decisioni e persino offboarding.
Una cultura internazionale autentica si costruisce nei dettagli, ogni giorno.
Ed è proprio questa coerenza che permette alle aziende di attrarre, coinvolgere e fidelizzare i talenti, ovunque si trovino.
Ciò che sembra un modo per mostrare cultura ed entusiasmo, può in realtà allontanare proprio i talenti che più ti interessano.
L'uso dei videogiochi nel processo di selezione vi aiuterà a essere più accattivanti, migliorando sia l'esperienza del candidato che il vostro employer branding.
Tutto ciò che devi sapere sull'esperienza del candidato. Quanto costa? Quando inizia e quando termina? Come implementarla? Léo Bernard risponde a queste e molte altre domande.




